| 1873 di Nicola Di Mauro |
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Mio nonno è inconfondibile: al centro, baffi a manubrio di bicicletta da passeggio, pancia da “possidente”; alla sua sinistra, la nonna, fattrice di tanti risultati (una dozzina di gravidanze per otto figli), si chiamava Elisabetta Canale, Cavese doc. Quando io venni al mondo, erano entrambi scomparsi già da molti anni. Aniello, dunque il primogenito, il primo, in piedi, da destra nella foto, per la sua prestanza fisica era soprannominato “il bell'Adone”. Ebbe un'esistenza spericolata e, senza un mestiere vero e proprio, era sempre al centro di qualche cosa. Partecipò alla campagna in Africa Orientale del 1896 e, dopo la battaglia di Adua, fu tra i pochissimi reduci che riuscirono a portare a casa la pelle e le palle. Ebbe poi, infatti, tre figli (Raffaele, Elisabetta, Ida), tutti bellissimi. Raffaele emigrò in Brasile e fece fortuna impiantando una grossa ditta di costruzioni a S. Paolo. Delle due figlie, Ida sposò De Cata un ufficiale medico dell'ospedale militare. L'altra, Bettina, ancora giovane, finì tragicamente. Il primo, seduto, sempre da destra, all'epoca della foto era studente di giurisprudenza. Si chiamava Vincenzo. Diventato avvocato, fu soprannominato “u paglietta” e restò famoso per due motivi: per la sua bravura oratoria in pretura e per essere il padre della più bella ragazza di Cava. Si chiamava Elena e, naturalmente fu ribattezzata “la bella Elena”. Andò sposa di un suo cugino, Alfonso Rodia medico igienista e per molti anni Ufficiale Sanitario di Cava. Lo zio Vincenzo ebbe anche un'altra figlia, Maria, andata sposa ad un imprenditore che, reduce dalla guerra d'Etiopia del 1935, aveva impiantato laggiù una ditta di trasporti. Quel bel ragazzo, senza barba, in piedi, al centro, in divisa da collegiale, si chiamava Ernesto; era, all'epoca, studente di medicina. Partecipò più tardi alla Prima Guerra Mondiale come chirurgo di guerra. Nel 1918 fece ritorno a Cava: era pieno di decorazioni e, col grado di Capitano, diventò direttore dell'Ospedale Militare di Cava, al quale, trenta anni dopo sarei stato assegnato anche io, quando, di ritorno dall'Africa e per conto della Sanità Militare, frequentavo a Napoli l'Università (dermatologia) e l'Istituto Orientale (lingua amarica). Ernesto ebbe cinque figli: tre maschi (un costruttore edile (Mario detto “il rosso”), un prete (Raffaele)- canonico a Cava (S.Arcangelo), un pilota dell'Aeronautica militare (Guido), due ragazze (Olga e Sara), entrambe ben maritate La prima con un ispettore delle Regie Dogane e la seconda con un ingegnere edile di Cava, mi pare che si chiamasse Accarino. Anche per Ernesto: missione generazionale compiuta.
I due ragazzini al centro, gli ultimi della covata, in ordine di età, andarono ad arricchire entrambi, la colonia cavese di New York. Dovettero rimpatriare durante la crisi del 1929. Il maggiore dei due, Emilio, fondò a Cava una tipografia che, col passare degli anni, ebbe uno sviluppo notevole. Armando, suo figlio, fu fatto Cavaliere del Lavoro da Saragat e, dopo la sua scomparsa, avvenuta una diecina di anni fa, l'azienda paterna, continua ad essere diretta dai suoi eredi, entrambi ingegneri e mariti delle sue due figlie.
Il secondo ragazzino, Alfredo, mise su un commercio di vini ed ebbe tre figli (due femmine, la prima maritata col dott. Freda, la seconda, Ada rimasta nubile) ed un maschio che, sempre per il rispetto dovuto al nonno, si chiamava anche lui Nicola, come me. Eravamo entrambi sotto le armi durante la seconda guerra mondiale. Entrambi, nonostante la guerra persa nel 1945, come lo zio Aniello riportammo a casa la pelle e le palle.
La bella ragazza, in alto a sinistra, un po' formosetta, ma con il vitino di vespa, secondo i dettami della moda di allora (quale sorte ria per i pudichi lardi!) è mia zia Francesca, chiamata graziosamente Checchina. Checchina ebbe in sorte un marito particolare: il professor Rodia, famoso latinista che concluse la sua attività come preside del Ginnasio Carducci di Cava. Checchina con la collaborazione del Rodia latinista mise al mondo quattro figli: Maria (rimasta nubile perché il suo fidanzato, ufficiale di Marina affondò con la sua nave durante la prima guerra mondiale), Domenico (laureato in lettere, fu direttore dell'Archivio di Stato di Napoli), Alfonso (medico ed Ufficiale Sanitario di Cava, sposò una sua cugina, la bella Elena, figlia dello zio Vincenzo); il quarto figlio, non vedente dalla nascita morì di morte naturale presso un istituto dove era ricoverato. L'altra ragazza, quella seduta accanto alla nonna, biondina e mite, si chiamava Rosa. In suo omaggio la casa dove abitava tutta la tribù dei Di Mauro fu chiamata Villa Rosa. Anche lei, sposata Senatore, impose al maggiore dei suoi figli il nome del nonno. Quindi un altro Nicola; Senatore, stavolta. Medico anche lui, fu veramente bravissimo. Sposò Maria Bovio, figlia o nipote del grande Giovanni Bovio, maestro di Diritto all'Università e padre di Libero (quello delle canzonette napoletane, maestro di napoletanità) e di Corso Bovio, celebre avvocato. Ebbe inoltre altri quattro figli: due femmine (Elisabetta e Francesca, entrambe ben maritate) e due maschi (Gigino, impiegato in un Ministero a Roma) e Carletto (avvocato). Il primo da sinistra (quello seduto, con una capretta fra le gambe) si chiamava Edoardo era mio padre a dodici anni, nonno di Pasquale che deve il suo nome al nonno materno, Don Pasquale, per l'appunto, maestro calzettaio con una piccola industria accanto al Cinema Mascotte (oggi ,Alambra).
Nicola Di Mauro |